




Maurizio Cucchi è nato a Milano, dove vive, il 20 settembre 1945. Si laurea all'Università Cattolica con una tesi su Nelo Risi e Zanzotto. Per anni opera come consulente editoriale, critico letterario e traduttore (Flaubert, Lamartine, Mallarmé, Stendhal, Villiers de l'Isle-Adam, Prévert). S’impone alla critica e al pubblico già con la prima raccolta del 1976 Il disperso (Mondadori; nuova edizione in Guanda, 1994), di cui scrive Magrelli: "Lenticolare e concentrica, la forza del Disperso rimane a tutt'oggi esemplare, nella sua intatta capacità di tradurre la fibrillazione psichica in parola poetica". Nel 1980 pubblica Le meraviglie dell'acqua (Mondadori) e, due anni più tardi, il poemetto Glenn (ed. San Marco dei Giustiniani) è premiato al Viareggio. Nel 1996 ha curato, con Stefano Giovanardi, l'edizione di un’antologia dei poeti italiani del secondo Novecento, edita nei "Meridiani" Mondadori. Collabora attualmente al quotidiano La Stampa e ha diretto per due anni la rivista Poesia (1989-1991).
Maurizio Cucchi
Poesie 1965 – 2000
Mondadori, 2001
A commento della raccolta completa dell’opera di Maurizio Cucchi (Poesie 1965-2000), proposta da Mondadori nel 2001, Alba Donati ricordava come questo autore si sia imposto all’attenzione critica generale fin dalla sua prima pubblicazione (Il disperso, 1976): da Pasolini a Giuliani, da Giudici a Raboni, da Porta a Fortini, furono in molti a cogliere ed apprezzare la cifra particolare della sua scrittura, che sembra mantenere aperta e produttiva la contraddizione fra l’impersonalità del narratore esterno alle cose e la marcata presenza autobiografica dell’io lirico.
«La poesia di Cucchi – scrive la Donati – poneva e pone il problema della frizione tra autobiografia e impersonalità, tra nascondimento ed esposizione, tra scrittura lirica e modi narrativi, tra realismo e visione onirica, tra un atteggiamento rinunciatario e nichilista e una vocazione etica e positiva, tra, meglio ancora, un intorpidimento solitario e privato e una risoluzione epica della vita comune».
Va da sé che per conciliare o, anche, per cortocircuitare i poli di queste contraddizioni, il poeta deve come narrarsi da fuori o dall’alto, con tenerezza e insieme con distacco, quasi con indifferenza; deve raccontare fatti e guardare le cose della propria vita, mantenendo la propria scrittura libera da appesantimenti e coinvolgimenti personali, senza cedere ad un’esposizione troppo netta di sé.
Una ferita originaria (la scomparsa precoce e improvvisa del padre) che a lungo rimane non rimarginata, quasi fosse stata vissuta come un minaccia da cui, poi, tenersi protetto, suscita un lavoro attento della scrittura a far emergere con cautela frammenti e spezzoni di vita, come a volerli conservare, anche se residuali, anche se guastati, in quanto è possibile che possano risultare preziosi per ricostruire percorsi di senso, per ritrovare l’orientamento, per arginare la dissipazione.
E tanti oggetti, catalogati uno per uno, quasi con ansia nomenclatoria, possono diventare i segni di un codice esistenziale dismesso o tesserine di un mosaico che il tempo ha disfatto, ma che la parola può ripristinare, restituendo alla memoria quei lacerti di vita che ad ogni tassello conservato sono rimasti attaccati.
Si tratta di un’abitudine antica, che viene dal mondo contadino dei nonni, che tenevano il (…) casotto (dell’orto) tutto ruggine, / riempito di badili, pezzi di legna, tolle, / bellissime cianfrusaglie tenute dacconto, / sacchetti di plastica con cordine fatte su, elastichini, lucchetti, / palline di gazzosa (verdi), chiodi, bulloncini, cacciavite, cerotti (…) scatolette zeppe di roba che chissà / potrebbe servire a qualche cosa (…) Tutto, Tutto, / tutto potrà servire chi lo sa, conclude l’autore e ribadisce: Costa sangue costa sudore soldi / Non si sa mai, teniamolo.
Come le briciole o i sassolini di Pollicino, quei frammenti, tenuti nel taschino del gilè, possono servire a ritrovare la strada per tornare a casa, possono aiutare a ricomporre la mappa di un’esistenza che la condizione di orfanezza fa avvertire come fragile e acentrica: per questo vanno conservati in tasca. E la scrittura li può utilizzare, facendoli diventare indicatori di un destino condiviso, in un’operazione nella quale il portato autobiografico si fa metafora ed esempio di un’esperienza comune.
Questa operazione di trasformazione dell’esperienza personale in metafora della condizione di tutti, viene perseguita dalla parola di Cucchi attraverso una vocazione ad un attento realismo narrativo che tuttavia mai diventa chiusura “dentro” il portato o la registrazione della realtà. Anzi, l’attitudine tutta lombarda «a fare – come ha scritto Alberto Bertoni – poesia con i nomi propri», delle persone e dei luoghi, si compone in una manzoniana verosimiglianza, che fa parlare quei nomi e quei fatti a chiunque e, nello stesso tempo, contribuisce a dare al verso un’intonazione etica e civile di chi avverte, nella propria vita, l’eco o il riflesso della storia viva e collettiva.
E l’identità frantumata e dispersa, piano, piano, si ricostruisce in un processo lungo e faticoso (che varie raccolte poetiche raccontano), in cui la parola indaga fra le tracce lasciate del passato ed ha, alla fine, ragione dei misteri e dei nascondimenti: il destino del poeta si intreccia al tempo del padre e vi riconosce la propria provenienza e la propria appartenenza.
Ecco che allora – come nell’Ultimo viaggio di Glenn, del ’99 – quel tempo del padre diventa il tempo di una generazione e il poeta racconta l’epica dimessa e domestica, ma non certo minore, di una collettività, scagliata prima negli scenari della guerra e della lacerazione (la campagna di Russia) e poi fatta rientrare in un mondo disfatto, tutto da rifare e da ravvalorare in sequenze di imprese e di gesti quotidiani, forse non eroici, ma sempre improntati a una consapevolezza salda del rispetto di se stessi.
Ascoltate, per esempio, questi frammenti: Con il morale sempre altissimo, / entrammo nella Russia Bianca. / Il 27 agosto, il duce / visitò i nostri reparti. A Capodanno, / una granata centrò l’isba / e ne fui martoriato in tutto il corpo.
E poi: Nell’accecante paesaggio, / con gli occhi vitrei cercavamo / la pista / e l’orizzonte a bucare la bufera. / Eravamo assaliti da visioni fantastiche / e dall’angoscia dell’ignoto. / I morti erano incollati in terra dal gelo.
Ma, prosegue il racconto dei versi: Non c’era stata odissea nel ritorno / Le schegge l’avevano ferito al braccio destro, / al gomito (…) Però chissà che scossa nella schiena / quando fu l’ultimo a salire / sull’ultimo aereo militare.
Infine: Dalle immagini dell’ospedale / si afferma che la verità riduce, / ma che la forza tiene. / Glenn non ha più la faccia / da film americano. / È un ragazzo colpito…
La tecnica paziente del lavoro poetico sui frammenti, restituiti dalla lingua alla loro semplice verità, alla fine compone la mappa che ha orientato l’esistenza di gente comune e silenziosa, la cui sorte si è compiuta, senza enfasi e senza autoinganni, nella deriva di una storia il cui senso è depositato nella dignità tenace di chi l’ha vissuta. E verso costoro la poesia diventa un gesto di pìetas, cioè di accoglienza e di riconoscenza.
Altrove il poeta scriveva, infatti, che occorre aderire al disegno (…) essere eroicamente parte che non si afferma. È costume di saggezza e giustizia, questo, che può dare serenità. Anche se, sottile, il dolore continua a vibrare nella consapevolezza che spiega, forse, ma non lenisce il vuoto segreto dell’assenza: un dolce mattino di maggio/ avrà visto terre lontane, i partigiani. / Chissà a chi avrà pensato, / in ultimo…
Gabrio Vitali
Tra i suoi lavori:
Il Disperso (Mondadori, 1976), Le meraviglie dell'acqua (Mondadori, 1980), Glenn (San Marco dei Giustiniani 1982, premio Viareggio 1983), Il figurante (Milano 1985), Donna del gioco (Mondadori, 1987), La luce del distacco (versi per teatro, Milano 1990), Poesia della fonte (Mondadori 1993, premio Montale), L'ultimo viaggio di Glenn (Mondadori, 1999), Poesie 1965 - 2000 (Mondadori, 2001), Per un secondo o un secolo (Mondadori, 2003), La traversata di Milano (Mondadori, 2007) di imminente ristampa negli Oscar, Jeanne d’Arc e il suo doppio (Guanda, 2008), Vite pulviscolari (Mondadori, 2009) e i romanzi Il male è nelle cose (Mondadori, 2005), La maschera ritratto (Mondadori, 2011), la raccolta di saggi e articoli Cronache di poesia del Novecento (Gaffi, 2010).